Chi non piange si ammala. Vi ricordate quando avete pianto l’ ultima volta? La repressione volontaria delle lacrime impedisce di fatto l’ esplosione di una emozione forte, o l’ esteriorizzarsi di una sofferenza, che restano represse dentro di noi, e che prima o poi si manifesteranno da qualche altra parte, sotto diverse forme.

Il pianto, infatti, è benefico perché è liberatorio, è la naturale conclusione di un evento emotivo violento, ed innesca un meccanismo di autosollievo, poiché lo scorrere delle lacrime calde sul volto stimola il rilascio di endorfine, gli ormoni che contribuiscono a stabilizzare l’ umore e ad alleviare il dolore, e che si ritrovano anche nelle lacrime.

In natura l’ uomo è l’ unico animale che piange. Lo fa da subito, nell’ attimo in cui nasce, appena mette fuori la testa dal corpo della madre, assieme al suo primo respiro, per superare il trauma del parto e compensare lo sforzo di venire alla luce. Ma lo fa senza lacrime, poiché il neonato inizia a produrle dopo il terzo mese di vita, quando diventano utili a manifestare anche visivamente il disagio del distacco dal seno materno. Non il cane né il gatto, e nemmeno i nostri parenti più stretti come oranghi e scimpanzé, ricorrono alle lacrime emozionali come gli esseri umani, che si distinguono per questo comportamento associato allo stato emotivo, unico nel suo genere e nell’ intero regno animale.

La natura del pianto umano ha stregato intere generazioni di scienziati e ricercatori, per capire come quella fisiologica lubrificazione della cornea sia collegata al sistema nervoso centrale funzionando all’ unisono con esso, e come abbia assunto nei secoli, nella nostra specie, la profonda valenza emotiva che tutti conosciamo. Senza emozioni non si piange, e infatti i pazienti in coma non piangono, perché il pianto è intimamente legato alla coscienza, emotiva e razionale, ma che deve essere necessariamente vigile ed attiva per poterlo esprimere.

Nella lingua inglese esistono due verbi distinti per l’ atto del piangere, crying e weeping; il primo descrive l’ espressione del dolore acuto o della rabbia, e si manifesta in seguito a sofferenza fisica o psicologica, mentre il secondo è il classico pianto di sfogo, lacrimoso, che trasmette un messaggio di richiesta di aiuto immediatamente decifrabile: viene attivato dai neuroni specchio ed è in grado di coinvolgere empaticamente chi ci è accanto in quel momento.

Il pianto è uno stimolo non verbale potente, molto più delle parole, poiché esso è spontaneo ed è espresso dall’ occhio, quell’ organo di senso che non a caso è definito lo specchio dell’ anima, e non è come si crede una forma di rifugio per i deboli, bensì una forma molto molto raffinata di anti stress. Analisi acustiche hanno rivelato che il pianto nasconde un protolinguaggio: oltre una certa soglia di dolore viene attivato il sistema nervoso simpatico che tende le corde vocali e che, a seconda della sua spinta emotiva, sviluppa diverse vibrazioni o inclinazioni del suono delle stesse.

Vari tipi di pianto – Quando un neonato sta male, il suo pianto è un lamento, diventa costante e acuto, ma soprattutto diventa ritmico, il cosiddetto “pianto a sirena”, che esprime dolore fisico, in un tono di vocalità che ogni madre è in grado di riconoscere. Il bambino più grande, invece, spesso piange con i singhiozzi, interrompendo tale armonica ritmicità, e se la causa delle lacrime non è dolorosa ma capricciosa essa può essere da lui auto provocata, essendo condizionata dalla razionalità che inizia a maturare prima dei sei anni. L’ adulto, invece, col passare degli anni perde la spontaneità del pianto volontario ma piange con più regolarità, non riferita al tempo ma al tono, che si regola con la respirazione o la motricità, scandita dai centri neuronali regolatori che promuovono il rilassamento muscolare del corpo, un meccanismo di difesa necessario a diminuire la tensione fisica e psicologica.

Il pianto in occasione di un lutto, ad esempio, sembra togliere tutte le forze, ma è salutare per diminuire la disperazione della perdita, modulare l’ angoscia e sollevare lo spirito. Può continuare anche quando si è esaurita la riserva lacrimale, che necessita di alcuni minuti per riempire di nuovo le ghiandole oculari nelle quali è contenuta. Uno studio dell’ Università di Siena ha impiegato antropologi e biologi, psichiatri e anatomopatologi, per studiare il connubio tra secrezione delle lacrime e pianto durante lo stato emotivo, senza riconoscere una teoria convincente.

Alcuni ricercatori suggeriscono che lo schiacciamento del sacco lacrimale sia una conseguenza della contrazione dei muscoli facciali, altri sposano l’ idea che si tratti di un meccanismo per espellere sostanze tossiche, altri ancora lo ritengono fondamentale per umettare le mucose del naso e faringe durante la crisi di pianto, ma nessuna evidenza scientifica è stata in grado di spiegare il mistero del pianto.

Gli ormoni –  È stato confermato che le lacrime emotive hanno livelli più alti di proteine, elettroliti e ormoni – composizione chimica diversa da quelle meccaniche, che mantengono l’ occhio idratato – e che il genere umano ricorre al pianto quando è felice o infelice, in compagnia o da solo, e che l’ uomo piange meno frequentemente delle donne.

Ma non è stato chiarito perché la stessa reazione lacrimosa si accompagni alla risata o a momenti particolarmente felici, come l’ innamoramento o la nascita di un figlio: forse perché ogni gioia contiene un dispiacere, cioè il presagio della fine imminente dell’ evento lieto. Il pianto si può reprimere volontariamente, soprattutto quando ha una insorgenza lenta, quando si avverte quel nodo in gola che lo preannuncia, ma di certo risulta difficile provocarlo, tanto che nella cinematografia si ricorre a sostanze irritanti dell’ occhio, a base di solfuri organici, per provocare una goccia che scorre da inquadrare sul viso, se non addirittura alle lacrime artificiali.

Comunque piangere ogni tanto fa bene, abbassa il livello di stress accumulato – e nelle lacrime, si sa, non è mai annegato nessuno. Ma se nel momento in cui sgorgano quelle dolorose, quelle amare, davanti a noi c’ è qualcuno che le asciuga e ci stringe in un abbraccio, il sollievo è più rapido.

A meno che quel qualcuno non sia la causa del nostro sconforto, nel qual caso conviene allontanarlo e restituirgli il suo fazzoletto bagnato dalle nostre lacrime.

di Melania Rizzoli – Libero